Il Solstizio d’Estate e la notte del 24 Giugno (notte di S. Giovanni)

Il sole in questo periodo sembra fermarsi, sorgendo e tramontando sempre nello stesso punto sino al 24 giugno (per quello invernale il 25 Dicembre) quando ricomincia a muoversi sorgendo gradualmente sempre più a sud sull’orizzonte (a nord per quello invernale).

La notte di S. Giovanni, il 24 giugno appunto, rientra nelle celebrazioni solstiziali; il nome associatogli deriva dalla religione Cristiana, perchè secondo il suo calendario liturgico vi si celebra San Giovanni Battista (come il 27 dicembre S. Giovanni Evangelista).

In questa festa, secondo un’antica credenza il sole (fuoco) si sposa con la luna (acqua): da qui i riti e gli usi dei falò e della rugiada, presenti nella tradizione contadina e popolare. Non a caso gli attributi di S. Giovanni sono il fuoco e l’acqua, con cui battezzava… una comoda associazione, da parte del cristianesimo, per sovrapporsi alle antiche celebrazioni… Cosi’ nel corso del tempo, c’è stato un mischiarsi di tradizioni antiche, pagane, e ritualita’ cristiana, che dettero origine a credenze e riti in uso ancora oggi e ritrovabili perlopiù nelle aree rurali.

Qui di seguito vi presento una breve panoramica degli usi popolari legati al solstizio.

I Fuochi di S. Giovanni

I falò accesi nei campi la notte di S. Giovanni erano considerati, oltre che propiziatori anche purificatori e l’usanza di accenderli si riscontra in moltissime regioni europee e persino nell’africa del nord. I contadini si posizionavano principalmente su dossi o in cima alle colline, e accendevano grandi falò in onore del sole, per propiziarsene la benevolenza e rallentarne idealmente la discesa; spesso con le fiamme di questi falò venivano incendiate delle ruote di fascine, che venivano fatte precipitare lungo i pendii, accompagnate da grida e canti.

Come gia’ detto sopra i falò avevano però anche funzione purificatrice: per questo vi si gettavano dentro cose vecchie, o marce, perchè il fumo che ne scaturiva tenesse lontani spiriti maligni e… streghe 🙂

(Si riteneva che in questa notte le streghe si riunissero e scorrazzassero per le campagne, alla ricerca di erbe…).

In alcuni casi si bruciava, come per l’epifania, un pupazzo, cosi’ da bruciare in effige la malasorte e le avversita’. Inoltre si faceva passare il bestiame tra il fumo dei falò, in modo da togliere le malattie e proteggerlo sia da queste sia da chiunque vi potesse gettare fatture e malie.

Alcuni usi popolari legati ai falò di S. Giovanni

Sino a un pò di tempo fa era d’uso in veneto allestire dei Fuochi negli incroci. A Pamplona in Spagna si usa raccogliere erbe aromatiche da bruciare negli incroci per scongiurare le tempeste e i fulmini. Anche i Berberi che stanno in nord africa hanno dei festeggiamenti in concomitanza del 24 giugno e per questi accendono dei fuochi che facciano fumo denso per propiziare il raccolto dei campi e per guarire (col fumo) chi vi passa in mezzo.

In una località della Germania, vi è un’usanza a cui partecipa tutta la popolazione dei dintorni. Una grossa ruota di infuocata viene fatta rotolare fino a valle, dove passa il fiume: se la ruota arriva accesa nell’acqua il segno è favorevole; in caso contrario è cattivo auspicio. Chi salta il fuoco è sicuro di non dover soffrire il mal di reni per tutto l’anno. Gettando erbe particolari (come la verbena) nel fuoco del falò si allontana la malasorte.

La mattina del 24 Giugno le persone girano tre volte intorno alla cenere lasciata dal falò e se la passano sui capelli o sul corpo, per scacciare i mali.

La raccolta delle erbe

Le erbe raccolte in questa notte hanno un potere particolare, sono in grado di scacciare ogni malattia e tutte le loro caratteristiche e proprieta’ sono esaltate e alla massima potenza. Le erbe più note da raccogliere nella notte del 24 sono: l’iperico detto anche erba di S. Giovanni; l’artemisia chiamata anche assenzio volgare e dedicata a Diana-Artemide; la verbena protettiva anch’essa e il ribes rosso che proteggeva dai malefici.  Oltre a quelle sopra citate erano anche ricercate: Vischio, SambucoAglio, Cipolla, Lavanda, Mentuccia, Biancospino, Corbezzolo, Ruta e Rosmarino.

Con alcune delle piante sopra citate era possibile fare “l’acqua di San Giovanni”: si prendevano foglie e fiori di lavanda, iperico, mentuccia, ruta e rosmarino e si mettevano in un bacile colmo d’acqua che si lasciava per tutta la nottata fuori casa. Alla mattina successiva le donne prendevano quest’acqua e si lavavano per aumentare la bellezza e preservarsi dalle malattie. Altre erbe, usate nella medesima maniera davano origine ad altri tipi di acqua di s. Giovanni (ci sono delle variazioni tra regione e regione), che servivano comunque sempre contro il malocchio, la malasorte e le malattie, di adulti e bambini.

Altri usi legati alla vegetazione

Alle prime luci del 24 giugno i contadini che possedevano alberi di noce dovevano andare a legare una corda di spighe di orzo ed avena intrecciate ai tronchi dei loro alberi. In questo modo avrebbero poi raccolto frutti buoni e abbondanti. In alcune localita’ si usa fare il nocino, un liquore a base di noci non mature. Raccogliere e portare con se un mazzetto di erba di s. giovanni aiutava a tenere lontani gli spiriti maligni. Raccogliere 24 spighe di grano e conservarle gelosamente tutto l’anno serviva come amuleto contro le sventure. Fare un mazzolino di tre spighe di grano marcio o carbone e buttarlo nel fiume liberava dagli animali e dalle piante nocive il grano che si stava per mietere.

La rugiada

La rugiada della mattina di San Giovanni, ovviamente legata all’elemento acqua, ha il potere di curare, di purificare e di fecondare. Nel nord europa se una donna desiderava molti figli, doveva stendersi nuda (o rotolarsi) nell’erba bagnata. Ciò anche se voleva bei capelli e una buona salute.

Qui da noi c’era più l’abitudine di raccoglierla, che di usarla sul momento. Se volete raccogliere la rugiada, potete stendere un panno tra l’erba, strizzandolo poi il mattino successivo. Oppure scavare una piccola buca, in cui inserirete un bicchiere o un altro contenitore. Sopra di esso poi metterete un telo impermeabile, fissato ai bordi della buca (in alto) e con un foro al centro proprio sopra l’orlo del bicchiere (sul fondo). La rugiada si depositerà sul telo e scenderà nel vostro contenitore. Un altro sistema è trascinarsi dietro, passeggiando per i campi, il mattino prestissimo, o un lenzuolo o un batuffolo di cotone legato per una cordicella: in questo modo stioffa e/o cotone si inzupperanno della rugiada che poi potrete raccogliere strizzandoli.

Altri usi legati all’acqua

La prima acqua attinta la mattina del 24 manteneva la vista buona. Recarsi all’alba sulla riva del mare a bagnarsi preservava dai dolori reumatici. Una leggenda tramanda che vicino al famoso Noce di Benevento, ci fosse un laghetto o un torrente in cui le donne si bagnavano proprio in questa notte, per aumentare la propria fertilita’.

La divinazione

La notte di S. Giovanni è legata a tantissime forme di divinazione, utilizzando come base acqua e/o piante. Le divinazioni più famose vertevano sull’indovinare qualcosa del proprio futuro amoroso e matrimoniale. Qui di seguito eccone alcune: Le ragazze da marito, se vogliono conoscere qualcosa sulle loro future nozze, dovranno, la sera della vigilia del 24 giugno, rompere un uovo di gallina bianca e versarne l’albume in un bicchiere o un vaso pieno d’acqua. Poi lo prenderanno e lo metteranno sulla finestra, lasciandolo esposto tutta la notte alla rugiada di S. Giovanni. Il mattino successivo, appena levato il sole, si prendera’ il bicchiere, e attraverso le forme composte dall’albume nell’acqua, si trarranno auspici sul futuro matrimonio. Oltre all’uovo poteva venir impiegato il piombo fuso: versato nell’acqua si raffreddava velocemente e dalla forma assunta si traevano previsioni sul mestiere del futuro marito.

Vi è anche una versione di questo metodo che al posto del piombo prevedeva l’utilizzo dello zolfo. Qui invece abbiamo una divinazione con forme vegetali: i cardi. Presi due, di grandi dimensioni gli si bruciacchiava la testa, poi si mettevano in un recipiente sul davanzale della finestra, uno con il capo rivolto verso l’interno, l’altro verso l’esterno. Se al mattino uno dei cardi era ritto sullo stelo, la ragazza interessata entro l’anno si sarebbe sposata; se il cardo era quello interno, con uno del proprio paese, se quello verso l’esterno, allora si sarebbe maritata con uno di fuori.

Un altro sistema con i cardi prevedeva di bruciarne la corolla e lasciarla tutta la notte fuori della casa. Al mattino occorreva osservarla attentamente: se appariva di colore rossastro era segno di buona sorte ma se appariva nera era indice di sicura sfortuna.

C’era anche un sistema con le fave. La sera del 23 le giovani nubili dovevano prendere tre fave: una intera, una sbucciata e la terza rotta nella parte sopra, e metterle sotto il cuscino al momento di andare a dormire. Durante la notte dovevano prenderne una a caso: se prendevano quella intera, buona sorte e ricchezza, la mezza poca sorte e quella sbucciata, cattivo auspicio.

Per terminare questa succinta carrellata di usi legati al solstizio e alla notte del 24 giugno (sono veramente molti, diffusi in tutta italia e oltre), segnalo l’usanza di mangiare le lumache per San Giovanni. Il significato di questo gesto è legato perlopiù alle corna delle lumache (che oltretutto simboleggiano la luna e il suo ciclo di crescita/decrescita, rappresentato dalle cornine). Per cui, ogni lumaca mangiata, e quindi cornetto, si ritiene che sia scongiurato un malanno… cosi’ come il rischio di “corna” in casa.

Buon Solstizio

Articolo tratto dal portale www.lucedistrega.net

L’antica fortezza di Milonia

Rivoli rappresenta il primo nucleo abitato del Comune di Ortona Dei Marsi che si incontra percorrendo la strada Provinciale che da Pescina attraversa tutta la valle del Giovenco. Poche case costruite in epoca recente che non danno alcuna testimonianza o sentore di quanta importanza abbia avuto il luogo. Anzi la vicina autostrada Roma-Pescara ha contribuito e continua in tal senso a profanare quello che, di tutto il territorio, è il sito storico per eccellenza. Rivoli occupa solo nella minima parte il territorio ove sorgeva la città fortificata di “Milionia”.

Sul finire della guerra sannitica, 294 a.C., Milionia era una città fortezza dei Marsi, alleati dei Sanniti, i quali, attaccati dall’esercito dell’Urbe al comando dei consoli Lucio Postumio e Marco Attilio Regolo, posero una linea di resistenza proprio a Milionia. Il console Lucio Postumio Megello cinse immediatamente d’assedio la città, ma la difesa sannita rimaneva indomita. Allora il condottiero romano fece trasportare attraverso la via Valeria le macchine belliche per l’attacco risolutivo alla fortezza.

La strada però arrivava a Cerfegna (attuale Collarmele) ed egli la fece prolungare fino al valico di Forca Caruso, da cui si dipartiva un ramo che risaliva verso il vallone di Carrito; in questo modo gli sarebbe stato possibile prendere alle spalle la fortificata Milionia. Lo stratagemma riuscì. Dal racconto di Tito Livio si desume che fu una giornata memorabile.

I legionari romani iniziarono l’attacco di prima mattina utilizzando le vinee (tettoie), gli arieti e le catapulte. L’urlo dei soldati, misto al cozzo delle armi e agli stridii delle macchine da guerra , riempì la valle di un tragico e assordante clamore. Alle dieci alcuni tratti delle mura ciclopiche crollarono. La lotta feroce corpo a corpo per le vie e dentro le abitazioni si protrasse con esito incerto fino alle quattordici. Alla fine i romani ebbero la vittoria. Furono contati i morti e i feriti: solo da parte sannita si ebbero 3200 morti e 4200 feriti e prigionieri. Tito Livio non menziona l’entità delle perdite romane. Era l’anno 458 dalla fondazione di Roma e mancavano 294 anni alla nascita di Cristo.

La storia di Milionia finì ed i Marsi entrarono a far parte definitivamente della repubblica di Roma. Per avere una idea di quanto fosse grande il sito di Milionia basta dire che la sua recinzione muraria ( accertata attraverso i resti ancora oggi identificabili) aveva un’estensione di ben 3,600 Km e racchiudeva un territorio di oltre 150 ettari.

Nulla sappiamo della città nelle epoche successive, ma dalle iscrizioni, tombe e materiali rinvenuti si presume che il centro continuò a vivere lungamente, anche se in forme ridotte fino al V-VI secolo d.C. sul sito di Rivoli e Collecavallo. Con l’arrivo dei Longobardi sul finire del VI secolo, il piccolo vicus di Milionia ebbe fine insieme alle piccole ville rustiche romane e villaggi che costellavano il territorio.

I resti più importanti ed ammirabili di questa città sono alcuni tratti di mura di cinta e cisterne per la raccolta dell’acqua. Altri ritrovamenti avvenuti recentemente sono la prova inconfutabile della presenza in quei luoghi di una vera e propria urbe, servita di canalizzazioni, cisterne per l’acqua, sistemi fognari e viari ben definiti, racchiusi e protetti da mura ciclopiche.

Autore: Remo De Matteis

Fonte: www.comune.ortona.aq.it

Un pensiero a un grande scrittore italiano conterraneo

In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo.  Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe di Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. E si può dire ch’è finito.

(da “Fontamara”)

Ignazio Silone (pseudonimo e poi, dagli anni 1960, anche nome legale, di Secondino Tranquilli; Pescina, 1° maggio 1900; Ginevra, 22 agosto 1978) fu uno scrittore e politico italiano. Può annoverarsi tra gli intellettuali italiani più conosciuti e letti in Europa e nel mondo. Il suo romanzo più celebre, Fontamara, emblematico per la denuncia di oppressione e ingiustizia sociale della condizione di povertà, è stato tradotto in innumerevoli lingue.

Per molti anni esule antifascista all’estero, ha partecipato attivamente ed in varie fasi alla vita politica italiana, animando la vita culturale del paese nel dopoguerra; come scrittore è stato spesso osteggiato dalla critica italiana e solo tardivamente riabilitato, mentre all’estero è stato sempre particolarmente apprezzato.

Narrativa:

  • Fontamara (1930)
  • Un viaggio a Parigi (1934)
  • Pane e vino (1936)
  • Il seme sotto la neve (1941)
  • Una manciata di more (1952)
  • Il segreto di Luca (1956)
  • La volpe e le camelie (1960)
  • L’avventura di un povero cristiano (1968)
  • Severina (1971)

Museo Silone

Un museo dedicato allo scrittore (con sede a Pescina), nato grazie alle donazioni del 2000 di Darina Laracy ed inaugurato il 1 maggio 2006, per volontà del Centro Studi Ignazio Silone, del Comune di Pescina e grazie al contributo dell’Archivio di Stato de L’Aquila, ha l’obiettivo di ricordare l’opera letteraria, politica e di intellettuale dello scrittore.Il percorso museale, con carattere cronologico, ripercorre le tappe principali della vita di Silone, attraverso le sue opere letterarie, i documenti d’archivio e alcuni oggetti personali; vengono rivisitati con documenti e immagini anche alcuni importanti avvenimenti storici che fecero da cornice alla vita dello scrittore.Tra gli oggetti conservati presso il museo, l’archivio, la biblioteca, le foto di alcuni personaggi cari a Silone, lettere e carte autografe, e numerose edizioni in lingua straniera delle sue opere letterarie.

Come arrivare

Pescina, posta all’imbocco della Valle del Giovenco, si trova in posizione strategica tra il Parco Nazionale d’Abruzzo ed il Parco Sirente Velino. E’raggiungibile in treno, scendendo alla stazione locale situata sulla linea ferroviaria Avezzano-Pescara. In automobile vi si arriva percorrendo l’autostrada Roma-L’Aquila- Pescara fino all’uscita Aielli-Celano  in direzione di Aielli.

Apicoltura…

Nel mondo rurale l’ape era importante, come la pecora, la vigna, la frutta e il maiale che il contadino allevava e curava per avere la “grascia” nella sua piccola “azienda a ciclo chiuso”. Cosi annotava il notaio Filippo Buccella nel 1793  “Il pane è arrivato al forno a tre carlini ed a 35 grana la decima. Questa annata è stata peggiore di quelle del 1764 e 1767. Si è comprato il grano in Popoli ed in Sulmona ed in Avezzano settimana per settimana perchè ad Ortona nemmeno un chicco. Un vero castigo di Dio. Gli orzi sono stati piuttosto in abbondanza  così il miele e la frutta.” Giuseppe Buccella, Ortona dei Marsi in una cronaca inedita del XVII  secolo; F.lli Palombi Editori, Roma 1972.

Nel secolo scorso nella Valle del Giovenco l’apicoltura era largamente diffusa e radicata, in tutti i comuni,  molti erano i contadini che tenevano qualche famiglia di api entro arnie villiche per avere  miele in abbondanza.  Per prelevarlo da queste arnie chiuse a favi fissi si praticava l’apicidio o si toglieva solo qualche favo.

Durante la primavera, nelle calde giornate, la quiete dei paesi, spesso veniva interrotta e animata all’improvviso, dal suono di un campanaccio o di una pentola, un contadino eccitato seguiva il suo sciame di api sperando che si posasse a formare il caratteristico grappolo.

Una passione per le api che richiama alla mente un vecchio apicoltore dal soprannome eloquente “chpitt”, oppure Barbato, Verdum ed altri ancora, una passione per un insetto che molto da all’apicoltore, ma ancora di più all’agro-ecosistema.

A Santa Maria, Sulla Villa, Ortona, Carrito, Cesoli, ecc..  le api erano di casa, alcuni contadini tenevano le arnie dentro la “capanna d cup” che serviva a proteggerle dal rigore dell’inverno e dal cado estivo. I campi erano coltivati fin sopra le montagne (Campo Castino, S Angelo, Collecchie ecc.), con  naturale rotazione dei cicli  produttivi, inoltre per far “riposare” la terra veniva seminata, la lupinella e “l’erba prata” deliziando così le api. Poi il tempo si è portato via tutto questo ed altro ancora.

Negli anni settanta una nuova generazione di apicoltori ha saputo cogliere, ed interpretare le esigenze di un’apicoltura moderna e razionale. Valorizzando le risorse nettarifere tipiche del territorio, sono stati prodotti mieli straordinari, premiati nei concorsi nazionali, ma soprattutto dai consumatori, miele di: Sideritis Syriaca, Melilotus Officinalis, Satureya montana e miele di Millefiori.

Un’insieme di sapori e aromi unici che solo la natura riesce a combinare in armonia. Nella medio-alta Valle del Giovenco dove la natura è protetta (PNALM) l’ape, (non domestica) nella sua autonomia biologica, cerca di colonizzare il territorio facendo il nido entro tronchi di alberi cavi dove non di rado, “bussa”  l’orso Bernardo a reclamare un pò di “nettare degli dei”. Bernardo spesso visita gli apiari della zona per farsi una sana scorpacciata di miele, ma orai recinti elettrificati lo tengono lontano.

Racconti di Iseo Eramo  (j’ar’l’ggiar)

Nel 1931 fu portata la corrente elettrica a Carrito. Prima di allora ogni cosa funzionava con la “luma”, una lanterna ad olio o petrolio dotata di “stoppaccio” che veniva utilizzata per fare luce. Ed insieme ad essa, il camino era sempre acceso per riscaldarsi e cucinare. “Faciaiva tutt i foc’, n’ tenarram’ ne’ la stufa ne’ nent”.

La centrale elettrica che sviluppava corrente si trovava “arret’ a Artauna” e già alimentava il paese di Ortona da qualche anno. Si trattava di una centrale ad acqua fluente, la cui turbina veniva fatta girare dall’acqua del fiume Giovenco. Il titolare era un certo Barbato da Celano. Si ricorda che la manutenzione della centrale (che consisteva nel togliere le foglie secche, pulire la cascata, controllare la turbina….) era compito di un certo Zunitto di Ortona, invalido di guerra. “C’ n’ rastrej pulaiva le foj c’ ‘ntoppaivan la centrale”. Il diametro della turbina era di 60 cm, dalle estremità uscivano due collettori ad anelli, che generavano 160 Volt.

A Carrito quasi tutte le famiglie fecero fare l’impianto elettrico esterno a trecciola (fili intrecciati tra di loro con l’isolatore). Ogni casa aveva un solo interruttore ed una sola lampadina, oppure un impianto a commutatore, potendo così accendere solo una lampadina per volta. L’addetto di Barbato passava a riscuotere quanto dovuto per la corrente di tanto in tanto, si pagava a forfait, una quota fissa uguale per tutti senza contatori. I due fili che trasportavano la corrente da Ortona a Carrito erano nudi, passavano uno a destra e uno asinistra dei pali in legno con isolatori di ceramica.

Si ricorda che faceva molta neve in quegli anni, ma la corrente non veniva a mancare se non raramente quando la troppa neve faceva cadere i fili. La centrale di Ortona fu distrutta dai tedeschi nel 1943 circa, insieme all’altra centrale che si trovava prima della FIlandra di Piscina.

In quegli anni c’erano 3 bettole, cantine, a Carrito una era situazione vicino la stazione, dove attualmente si trova la casa di Cerone, prima della strada che porta alla fornace. Un’altra cantina, anche alimentari, si trovava lungo via della stazione, tra i garage di Iseo e di Enio. Gli stessi locali ospitarono gli uffici postali per diversi anni. L’ultima si trovava presso la fonte di Carrito Alto, tra le case lungo la salita.

28-02-2008

Racconti di Iseo Eramo (j’ar’l’ggiar)

Circa nel 1932 fu costruita l”attuale Fonte Petrone, situata lungo la strada che dal bivio di Castiglione prosegue verso la Verminesca. La sua acqua proviene dalla cisterna sovrastante Fonte di Sale. Prima di allora esisteva solamente la vasca situata poco più avanti la stessa, “propria in mezza alle prata”. “Le prata” sono i prati circostanti, dove gli abitanti si recavano, tra le altre cose, per lavare il grado e stenderlo ad asciugare.

A quel tempo il grano veniva disteso ad essicare sui cosidetti “racan” (lenzuoloni di canapa bianca) nelle aie, “n”goppa all”era” della Verminesca, ad esempio. I fasci di grano, chiamati “covoni”, venivano posti in circolo e, una volta essiccati, venivano fatti calpestare da animali (vacche ad esempio). Una persona, spesso un ragazzino, si diponeva in mezzo alla distesa di grano e mantenendo l”animale alla corda lo dirigeva in marcia in circolo. “S” jeva a frescà”. Una volta separati i chicchi da l resto, il grano veniva “v”ndiat” al vento per eliminare “le pellicce” e infine lavato.

28-02-2008

Radici della devozione verso San Nicola a Carrito

La devozione di S. Nicola, già diffusa per l”Italia meridionale e centrale prima della traslazione delle spoglie a Bari, crebbe ad opera di vari ordini religiosi in tutta l”Italia e anche in Europa e nel Mondo.

Alcuni miracoli, come la dote alle tre fanciulle, l’aver ridato la vita ai bimbi pronti in salamoia per essere consumati come carne, diedero spunto non solo al mondo artistico, ma stimolarono presso il popolo varie tradizioni e sacre rappresentazioni.

Di questi elementi troviamo testimonianza anche in Abruzzo regione particolarmente devota al Santo: la Provincia di Chieti è forse quella in Italia dove tale presenza è più viva, ma la Marsica  non è da meno e testimonia un culto secolare.

Nei pressi di Collarmele (lungo la Valle che conduce a Forca Caruso) nacque il monastero di San Nicola di Ferrato (secondo Luigi Colantoni già nell”VIII secolo). Scriveva il Colantoni nel 1898: fu molto esteso il culto di San Nicola Miriense nella diocesi de” Marsi. Egli, che da luogo dove riposano le sue ossa anzi ove nuotano nella manna, va comunemente appellato San Nicola di Bari, ebbe molte chiese nella Marsica, ed attualmente sono dieci chiese parrocchiali sotto il titolo di S. Nicola nei paesi di Alce,  Carrito, Corcumello, Cappelle, Castellafiume, Colli, Tagliacozzo, Sperone, Villavallelonga, Villaromana.

Nella parte più montuosa fra Pescina e Collarmele vi fu un vasto monastero sotto il titolo di S. Nicola di Ferrato, ed in Pescina esiste ancora l”ospizio dei protetti di San Nicola di Ferrato”. E proprio da questo monastero, costruito nella valle di Forca Caruso, come attualmente viene denominata la zona ebbe origine la devozione a San Nicola e la consacrazione della chiesa costruita a Carrito.

IL GIORNO DELLA FESTA DI SAN NICOLA

Tra i vari ordini religiosi che hanno contribuito alla diffusione del culto di S. Nicola emergono i CISTERCENSI. Presso questo ordine religioso, particolare rilievo hanno avuto le celebrazioni liturgiche, il Putignani, nella sua Istoria di S. Niccolò ricorda che gli statuti dell’ordine cistercense dell’anno 1199 ordinano che il giorno di S. Nicola si celebrino due messe.

L’ordinamento XIX degli statuti del 1437 stabilisce: per rispetto, e in onore di S. Niccolò, di cui si celebra la festa il 6 dicembre in tutto il mondo,il capitolo generale accorda a tutti gli abati,badesse e ai loro conventi del nostro ordine cistercense della nazione germanica e a tutti gli altri di qualunque nazione e provincia che hanno, o avranno in appresso devozione al nostro santo, la facoltà di fare un officio, tanto in riguardo della lettera che del canto, maestoso e nella miglior forma che loro sarà possibile”.

LA FESTA A CARRITO

Seguendo la tradizione cistercense, ed in seguito la disposizione del calendario liturgico, il 6 dicembre nella nostra comunità di Carrito viene celebrata una solenne S. Messa con processione nell’antica Chiesa sita in Carrito Alto.

Purtroppo, in quel periodo dell’anno, tenuto conto della posizione del nostro paese, non sempre il tempo è favorevole a tale manifestazione e l’afflusso della gente viene ostacolato. Questo inconveniente, e la massiccia migrazione per motivo di lavoro di buona parte della popolazione hanno posto il problema di spostare la festa ad altra data. Pur rimanendo sempre il 6 dicembre come data liturgica, si pensò di trasferire la festa religiosa e civile alla terza domenica di maggio. Ma anche questa data non ebbe molta fortuna, molti carritani emigrati in zone industriali della campagna romana e pontina in quel periodo non avevano le ferie ed erano impossibilitati a partecipare alla festa tradizionale del S. Protettore.

A seguito di questa emigrazione massiccia che coinvolse principalmente la popolazione residente in Carrito Alto attorno alla vecchia chiesa, il Sac. Don Luigi Cofani con il contributo della popolazione e del Com. Alfredo Cerone nel 1965 riuscì a realizzare una nuova chiesa all’ingresso del paese in modo che potesse essere funzionale anche per le borgate circostanti.

La scelta di spostare la parrocchia nella nuova chiesa non risparmiò critiche e rancori,si era convinti di aver perso una grande tradizione, la popolazione di Carrito Alto e d’intorni si sentiva privata di un diritto antico tanto quanto l’origine del paese, per<span>&nbsp;</span>cui mal sopportava che la solennità della festa di S. Nicola venisse, specie per manifestazioni civili trasferita al piazzale della stazione, la messa solenne alla chiesa nuova e la processione percorresse solo le vie di Carrito stazione e Verminesca. Di fronte a questo mal contento e ad una certa divisione del paese il nuovo parroco don Antonio Pecce preso possesso della parrocchia il 4 settembre 1969, pensò di ristabilire una certa armonia istituendo nel 1971 la festa della Madonna della Pietà ed organizzando la manifestazione nel modo seguente: il giorno della festa di S. Nicola veniva veniva stabilito anno per anno scegliendo la domenica più comoda; per cui la sera di venerdì si celebrava la messa solenne nella chiesa di Carrito Alto, si faceva una processione per le vie del centro storico e si portava la statua della Madonna alla chiesa nuova.

Il giorno seguente, celebrata la S. Messa, con solenne fiaccolata serale, banda e sparo, veniva riaccompagnata con il concorso di tutto il popolo la statua alla vecchia chiesa. Il giorno dopo, domenica, si festeggiava S. Nicola e la processione solenne con banda e sparo si svolgeva per le vie di Carrito Basso.

17 AGOSTO: S. NICOLA

Tale soluzione se in parte aveva sanato un certo malcontento e cercato di ristabilire l’armonia e la partecipazione di tutti alle funzioni sacre in onore del santo Protettore lasciava ancora qualche dispiaciuto: per i carritani emigrati la data della terza domenica di maggio non era la più adatta.

Dopo lunghe discussioni e diversità di pareri si decise di accontentare tutti portando la celebrazione alla terza domenica del mese di agosto, si pensava che con l’occasione delle ferie dei agosto, in cui quasi tutte le fabbriche chiudono, con le vacanze estive della scuola tutti potessero contribuire e partecipare alla festa.

Questa normativa durata per vari anni incominciò a presentare delle difficoltà quando tale data coincideva con il 20 o 21 agosto allora molti dei non residenti erano costretti a ripartire prima, per impegni di lavoro ed inoltre nei paesi circostanti si svolgevano feste ugualmente patronali e i giovani vagavano da una parte all’altra. Finalmente il 3 settembre del 1990, dietro una richiesta del sac. Pecce Antonio e raccomandata dal Vescovo Mons. Biagio Terinoni, venne concesso dalla PENITENZIARIA APOSTOLICA, 63/90/I la possibilità di poter lucrare l’Indulgenza plenaria il 16 agosto di igni anno nel santuario della Madonna della Pietà, la vecchia chiesa ubicata nel centro storico di carrito.

A seguito di tale concessione il parroco con il consiglio parrocchiale decise di modificare il calendario delle feste patronali. L’attuale disposizione che su augura sia bene accetta a tutti e così organizzata: indipendentemente dalla domenica il 15 agosto a sera si svolge la celebrazione liturgica nella chiesa di Carrito Alto, Santuario della Madonna della Pietà riconosciuto con la concessione dell’indulgenza plenaria, e si snoda la processione per il colle fino a raggiungere la chiesa nuova.

Il 16 agosto per tutta la giornata si prega nel Santuario della Madonna della Pietà e si è a disposizione per confessione e comunione a sera inoltrata, celebrata  la S. Messa nel parco antistante la nuova chiesa davanti al monumento della statua della madonna, con solenne fiaccolata, banda, sparo e concorso di tutti i parrocchiana, si riaccompagna al Santuario e si lucra l’indulgenza plenaria. Il 17 agosto, celebrata al mattino santa messa nel Santuario per dare la possibilità alla gente dei dintorni anziana ed impossibilitata a raggiungere la nuova chiesa, la festa di S. Nicola viene con grande solennità e concorso di altri sacerdoti celebrata nella nuova chiesa segue processione per le strade di Carrito Basso ravvivate dalla banda e dallo sparo. Le manifestazioni civili si svolgono tutte lungo la strada della stazione e piazzale della stazione, in tal modo ora si è ricreata una vera comunità che si riconosce nel suo Santuario della Madonna della Pietà e nel suo Protettore S. Nicola.

Testi a cura del prof. Giuseppe Grossi

L’attuale parrocchiale di Carrito, dedicata a Santa Maria della Pietà si presenta attualmente nell’aspetto dato dalla ricostruzione del 1925, fatta dopo la parziale distruzione avvenuta col terremoto di Avezzano del 1915. In origine essa era dedicata a San Nicola come è attestato nella Bolla di Clemente III del 1188: “Sancti Nicolai,…, in Carritu.” (Di Pietro, p. 65).

Successivamente compare nelle decime vaticane del 1308 e 1324: “De Ortona cum Carreto,…, 431. Clerici castri Carreti in universo solverunt tar. VII gr. XVII;…, 776. Ecclesia S. Nicolai.” (Sella, pp. 23 e 47). Dai Sussidi Caritativi della Diocesi dei Marsi, databili fra la fine del XIV ed inizi del secolo successivo, sappiamo la consistenza della chiesa in decime offerte in natura al Vescovo della Diocesi dei Marsi: “Ab Ecclesie, et Clericis de Carreto, floremus quator: …, Ab Ecclesia Sancti Nicolai di Carreto, caseos duos, …, cuppas sex;” (Di Pietro, cit.). Dal XII secolo fino agli inizi del rinascimento la chiesa doveva essere formata da una sola navata con misure esterne di metri 8,18 x 13,23 in attinenza alla medievale “proporzione aurea”. A questa misura doveva essere aggiunto il coro con l’abside semicircolare per un totale di profondità esterna di metri 16,20. Il soffitto era probabilmente del tipo a copertura lignea a capriate, mentre il campanile, forse del tipo a torre a pianta quadrata, sorgeva sulla sinistra, sul luogo della navatella laterale cinquecentesca.

Nella seconda metà del cinquecento la chiesa subì delle evidenti trasformazioni: l’eliminazione del coro ed abside e la creazione di un nuovo coro a pianta quadrata; l’edificazione della navatella laterale sinistra composta da due campate con soffitto a crociera, aperta verso la navata centrale da due arcature e dotata di un portaletto esterno utilizzato come probabile “Portale delle Donne”. L’edificazione delle nuova, bassa, navata fu necessaria per la realizzazione della sovrastante ed affiancata casa parrocchiale. La prova evidente di questi interventi cinquecenteschi ci è offerta dal portale rinascimentale della navata centrale in pietra calcarea locale (“pietra gentile”, detta così perchè proveniente dalle cave di Monte Gentile della vicina Bisegna), portale che presenta una iscrizione dedicatoria: IN. LANO. 1567. FECIT. ANTONIO. DE. MAIORE. IACOMO. DE. BERARDINE. E. MATTEO. DE. NICOLA. PROCURATO(ri).

Nel XVIII secolo si hanno nuovi interventi, come si evince da una iscrizione della facciata, 1734: la navata centrale fu innalzata con probabile soffitto a volta in muratura e coronata da un fronte esterno a forma di “cappello di carabiniere”; il coro cinquecentesco fu diviso da un muro con la creazione dell’attuale Sagrestia, ambiente interno da cui il sacerdote poteva agevolmente accedere alla sovrastante casa parrocchiale.

Il Settecento vede il decadere della sede parrocchiale di Carrito, paese ridotto all’epoca a solo sei famiglie, con la trasformazione dell’antica Arcipretura di S. Nicola in “Beneficio semplice” conferito in “Collazione” al napoletano Carmine de Blasio, come sappiamo da una supplica dei locali del 1772 conservata nell’Archivio Diocesano di Avezzano (A.D.M., C.44.994). Un tentativo di appropriazione fu tentato nel 1774 da parte del rev. don Pietro Colantoni di Pescina, prontamente respinto dalla locale Università (Buccella, p. 74).

La ricostruzione post-terremoto del 1925 ha lasciato la chiesa nel suo attuale aspetto con soffitto piatto in cemento e rinforzi grossolani sulle murature. Nell’interno sono ora conservate acquasantiere del cinquecento e settecento, oltre ad un pannello ligneo dipinto relativo ad una pala d’altare del settecento. Per intercessione dell’attuale parroco di Carrito Antonio Pecce, e del defunto Vescovo dei Marsi Biagio Terrinoni, la chiesa mariana di Santa Maria della Pietà di Carrito, ha ottenuto dalla Sacra Penitenzieria Apostolica di Roma (nel 3 settembre 1990) la possibilità di lucrare l’Indulgenza Plenaria nella ricorrenza del 16 Agosto.

Preghiera a Maria Santissima della Pietà

O vergine Santissima della pietà, Madre di Gesù e Madre Nostra, intercedi presso il tuo figlio le grazie per la purificazione dell’anima, per la santificazione del corpo di ogni essere umano, per i tuoi figli che ti sono vicini e lontani, per i benefattori, per il Santo Padre, per i Vescovi, Sacerdoti, suore e missionari che sono sparsi per il mondo.

Ti ringrazio o Mamma, per quanto otterrai per noi Tuoi figli, per alleviare le nostre pene, le nostre sofferenze; a Te genuflessi chiediamo che il Tuo amore materno sia mezzo di misericordia presso Dio Padre onnipotente, sia mezzo di grazia per quanti a Te ricorrono per la salvezza del mondo intero, per la salvezza di questa umanità così travagliata.

Maria SS. della Pietà, perdona i figli che rinnegano la tua passione per la morte del Figlio che adorasTi dal tuo grembo materno; abbi pietà di noi tuoi figli peccatori ed insegnaci che solo dopo la croce viene la risurrezione, solo dalla morte rinasce la vita e che anche dal dolre fiorisce la gioia. Non  ci spaventino le sofferenze, non ci scoraggi l’insuccesso, non ci turbino le ore tenebrose che il nostro spirito attraversa: Nello spirito tutto può diventare grazia, anzi tutto è grazia, se sappiamo dire il nostro sì come Te, generosamente, eroicamente. Pater, Ave, Gloria.

Signore Gesù Cristo, che hai voluto glorificare attraverso la sofferenza ed il dolore la Beatissima Madre della Pietà, concedi a noi che imploriamo in terra il suo patrocinio, di avere forza nello spirito in questa vita e un giorno il gaudio eterno. Tu che vivi e regni nei secoli eterni.

Amen